Con
il termine altruismo si indica un comportamento diretto ad aiutare un’altra
persona, senza alcuna prospettiva di ricompensa personale per chi presta aiuto.
La
moderna psicologia evoluzionista sostiene che l’altruismo è parte integrante
della natura umana; ciò non significa però che l’altruismo sia un comportamento
inevitabile, poiché esso è influenzato da ciò che le persone vogliono fare e da
quello che pensano di dover fare.
Alcune
volte, infatti, si sente di dover prestare aiuto, perché “é la cosa giusta da
fare”; altre volte, invece, si pensa che sia meglio “badare ai fatti propri” o
“lasciare che gli altri risolvano da soli i propri problemi”.
Questi
fattori sono influenzati anche da come si percepiscono le persone in
difficoltà: a seconda di chi ha bisogno di aiuto e del perché ne ha bisogno, si
può desiderare di aiutare, o perché dall’aiuto prestato otteniamo delle
ricompense, o perché si prova empatia per la persona in difficoltà.
Le
persone sono più portate ad aiutare chi percepiscono come simile a loro (gli
amici, più che gli sconosciuti), ma anche chi pensano non sia responsabile del
suo stato di bisogno, come dire: “Lo aiuto, perché non è colpa sua!”.
Aiutare qualcuno in difficoltà, può
comportare benefici o ricompense, ma anche dei costi:
tempo perduto, fatica, imbarazzo, denaro, disapprovazione sociale o pericolo
fisico. Se tali costi appaiono eccessivi, anche se si riconosce la condizione
di bisogno di una persona e ci sembra che questa meriti aiuto, questo non è
dato.
D’altra
parte, però, l’altruismo offre numerose ricompense di tipo emotivo: fare del
bene a qualcuno aiuta a sentirsi meglio, accresce la nostra autostima e ci mantiene
di buon umore.
Il
modello del “sollievo dello stato
d’animo negativo” sostiene, infatti, che le persone aiutano gli altri per
alleviare i sentimenti di angoscia provocati in loro dalla sofferenza altrui.
Il disagio personale motiva, dunque, l’aiuto: si aiutano cioè gli altri per non
soffrire.
Il
modello dell’ “empatia-altruismo”
sostiene, invece, che le persone aiutano gli altri perché provano sincera
preoccupazione nei loro confronti, e quindi interesse empatico, e prestano aiuto,
anche se potrebbero facilmente sottrarsi a tale situazione. In tal caso si
presta aiuto, anche se non si ottengono ricompense.
E
LE PERSONE CHE RICEVONO AIUTO, COME SI SENTONO?
Alcune
volte esprimono gratitudine, soprattutto se l’aiuto ricevuto allevia sofferenze
fisiche o stati di angoscia. Se, invece, si sentono in debito per ciò che hanno
ricevuto, e non sono in grado di contraccambiare, allora possono reagire anche
con l’avversione nei confronti di chi li ha aiutati.
COME
SI PUÒ SVILUPPARE L’ALTRUISMO NELLA SOCIETÀ?
In
diversi modi:
- rendendo chiari i bisogni (“Ti chiedo aiuto perché ho bisogno di... ”);
- promuovendo nelle persone un concetto di sé basato sulla disponibilità ad aiutare (“Aiuto perché sono una persona altruista, e non perché riceverò qualcosa in cambio”);
- favorendo l’identificazione e l’empatia con chi ha bisogno di aiuto (“Capisco quello che provi e ti aiuto”);
- insegnando le norme che promuovono il comportamento altruistico (ad esempio in famiglia e a scuola);
- mettendo a fuoco le responsabilità di ogni individuo per contrastare la diffusione di responsabilità (“Aiuto chi ha bisogno perché sono una persona altruista e responsabile, e non aspetto che lo facciano anche gli altri”).
Bibliografia
Psicologia
sociale – Eliot R. Smith, Diane M. Mackie – Ed. Zanichelli, 2004

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