16 maggio 2012

L’altruismo. Come nasce la motivazione ad aiutare chi è in difficoltà?

Con il termine altruismo si indica un comportamento diretto ad aiutare un’altra persona, senza alcuna prospettiva di ricompensa personale per chi presta aiuto.
La moderna psicologia evoluzionista sostiene che l’altruismo è parte integrante della natura umana; ciò non significa però che l’altruismo sia un comportamento inevitabile, poiché esso è influenzato da ciò che le persone vogliono fare e da quello che pensano di dover fare.
 
Alcune volte, infatti, si sente di dover prestare aiuto, perché “é la cosa giusta da fare”; altre volte, invece, si pensa che sia meglio “badare ai fatti propri” o “lasciare che gli altri risolvano da soli i propri problemi”.
 
 
Questi fattori sono influenzati anche da come si percepiscono le persone in difficoltà: a seconda di chi ha bisogno di aiuto e del perché ne ha bisogno, si può desiderare di aiutare, o perché dall’aiuto prestato otteniamo delle ricompense, o perché si prova empatia per la persona in difficoltà.

Le persone sono più portate ad aiutare chi percepiscono come simile a loro (gli amici, più che gli sconosciuti), ma anche chi pensano non sia responsabile del suo stato di bisogno, come dire: “Lo aiuto, perché non è colpa sua!”.
Aiutare qualcuno in difficoltà, può comportare benefici o ricompense, ma anche dei costi: tempo perduto, fatica, imbarazzo, denaro, disapprovazione sociale o pericolo fisico. Se tali costi appaiono eccessivi, anche se si riconosce la condizione di bisogno di una persona e ci sembra che questa meriti aiuto, questo non è dato.
D’altra parte, però, l’altruismo offre numerose ricompense di tipo emotivo: fare del bene a qualcuno aiuta a sentirsi meglio, accresce la nostra autostima e ci mantiene di buon umore.
Il modello del “sollievo dello stato d’animo negativo” sostiene, infatti, che le persone aiutano gli altri per alleviare i sentimenti di angoscia provocati in loro dalla sofferenza altrui. Il disagio personale motiva, dunque, l’aiuto: si aiutano cioè gli altri per non soffrire.  
Il modello dell’ “empatia-altruismo” sostiene, invece, che le persone aiutano gli altri perché provano sincera preoccupazione nei loro confronti, e quindi interesse empatico, e prestano aiuto, anche se potrebbero facilmente sottrarsi a tale situazione. In tal caso si presta aiuto, anche se non si ottengono ricompense.
E LE PERSONE CHE RICEVONO AIUTO, COME SI SENTONO?
Alcune volte esprimono gratitudine, soprattutto se l’aiuto ricevuto allevia sofferenze fisiche o stati di angoscia. Se, invece, si sentono in debito per ciò che hanno ricevuto, e non sono in grado di contraccambiare, allora possono reagire anche con l’avversione nei confronti di chi li ha aiutati.
COME SI PUÒ SVILUPPARE L’ALTRUISMO NELLA SOCIETÀ?
In diversi modi:
  • rendendo chiari i bisogni (“Ti chiedo aiuto perché ho bisogno di... ”);
  • promuovendo nelle persone un concetto di sé basato sulla disponibilità ad aiutare (“Aiuto perché sono una persona altruista, e non perché riceverò qualcosa in cambio”);
  • favorendo l’identificazione e l’empatia con chi ha bisogno di aiuto (“Capisco quello che provi e ti aiuto”);
  • insegnando le norme che promuovono il comportamento altruistico (ad esempio in famiglia e a scuola);
  • mettendo a fuoco le responsabilità di ogni individuo per contrastare la diffusione di responsabilità (“Aiuto chi ha bisogno perché sono una persona altruista e responsabile, e non aspetto che lo facciano anche gli altri”).
Bibliografia
Psicologia sociale – Eliot R. Smith, Diane M. Mackie – Ed. Zanichelli, 2004
 

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